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2. L'AZIONE A DIFESA DI ROMA

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A partire dal dicembre 1942 la Santa Sede fu particolarmente impegnata ad evitare il bombardamento di Roma. Il problema non era nuovo. Già allo scoppio del conflitto era stato chiesto a Francia e Inghilterra di risparmiare la Città Eterna. Solamente la Francia aveva offerto ampie garanzie in proposito, mentre il governo britannico si era impegnato solamente a rispettare la neutralità della Città del Vaticano. La situazione si era aggravata con il bombardamento di Londra che aveva acceso negli inglesi il desiderio di vendicarsi. Di tale desiderio fu testimone anche monsignor Tardini che a proposito di un colloquio con Osborne annotava: "Quando (...) i giornali italiani, con accenti da... cannibali, esaltavano le imprese tedesche nei bombardamenti di Londra, questo Ministro mi diceva che ciò lo rendeva furioso e che, nella sua rabbia, avrebbe desiderato che gli inglesi venissero anche a Roma per bombardare tutto..." (1) . Il 7 novembre 1940 il governo inglese precisava ufficialmente alla Camera dei Comuni la sua linea di condotta per Roma; il sottosegretario agli esteri Butler così rispondeva per iscritto a un'interpellanza di un deputato: " Il governo di Sua Maestà Britannica ha preso nota della dichiarazione italiana (contenuta in un bollettino di guerra) che aviatori e aeroplani italiani hanno partecipato al bombardamento di Londra, e deve di conseguenza riservarsi piena libertà d'azione nei riguardi di Roma" (2).

Tuttavia la città del papa fu risparmiata poiché con la dichiarazione di guerra alla Grecia prima (28 ottobre 1940) e, pochi mesi dopo, con la guerra in Africa, eventuali incursioni su Roma, Atene o il Cairo vennero reciprocamente utilizzate per minacciare rappresaglie: se gli inglesi avessero bombardato Roma, l'Asse avrebbe reagito su Atene e viceversa; se l'Asse avesse bombardato il Cairo gli alleati avrebbero reagito colpendo Roma (3). L'intensificarsi dei bombardamenti sulle città italiane e le notizie che giungevano dalla stampa e dalla radio inglesi aumentarono però i timori del Vaticano. Iniziò quindi un'intensa attività diplomatica "per non lasciare nulla di intentato" (4).

Si mobilitarono i delegati apostolici a Londra e a Washington, Godfrey e Cicognani, la cui azione fu successivamente affiancata da quella degli arcivescovi di New York, monsignor Spellman e di Westminster, monsignor Hinsley. Gli argomenti che vennero sostenuti presso gli alleati erano che Roma dovesse essere risparmiata in quanto diocesi del papa e capitale della cattolicità, disseminata di edifici extraterritoriali, basiliche papali, chiese nazionali e istituti ecclesiastici internazionali. Venne inoltre messo in chiaro che a un bombardamento avrebbe fatto seguito una pubblica protesta del pontefice. Gli americani si dimostrarono ben disposti verso l'azione del Vaticano, i britannici invece più intransigenti; i primi risultati ottenuti furono comunque scoraggianti: "anche gli italiani hanno bombardato spietatamente Londra; Roma è anche la capitale del regno e un'assicurazione sulla sua immunità sarebbe sfruttata militarmente" (5) ; in questi termini era la risposta del governo americano e rifletteva pienamente il pensiero del governo inglese.

Si rendeva quindi necessario per la Santa Sede agire presso il governo italiano. Il 4 dicembre l'ambasciatore Guariglia si recò in Vaticano e ricevette una comunicazione del segretario di Stato in cui si esponeva la situazione e si affermava: "il motivo addotto dal governo britannico per giustificare il bombardamento di Roma è appunto la presenza di obiettivi militari e che qualora il governo italiano volesse evitare detto bombardamento sarebbe necessario spostare gli obiettivi militari" (6). Guariglia ne convenne aggiungendo che era necessario far notare agli alleati come una delle moderne bombe ad alto esplosivo, cadendo anche a una considerevole distanza dalla Città del Vaticano avrebbe potuto danneggiare la cupola di San Pietro e che, anche spostando da Roma tutti gli obiettivi militari, sarebbe rimasto sempre il problema della stazione ferroviaria di Roma, per la quale transitavano truppe italo-tedesche. Questo aspetto era di assai difficile soluzione, ma la Santa Sede avrebbe dovuto cercare la possibilità di evitare che esso valesse di pretesto per giustificare un bombardamento della città da parte degli Alleati, perchè il transito avrebbe potuto sempre essere colpito, e interrotto, o a sud o a nord di Roma (7).

Finito questo colloquio Guariglia si recò da Ciano e i due decisero di riferire a Mussolini le richieste del cardinal Maglione e, nel tentativo di evitare una reazione negativa, cambiarono la richiesta del segretario di Stato credendo fosse più opportuno chiedere al duce di spostare "almeno i principali" obiettivi militari.

Ciano informò anche il Sovrano e il 13 dicembre Guariglia potè comunicare ufficialmente a Maglione che il Comando Supremo con Mussolini e lo stato maggiore si sarebbero trasferiti fuori Roma. Il cardinale tuttavia gli rammentò la necessità di trasferire anche i comandi militari tedeschi. L'ambasciatore iniziò, quindi, a muoversi anche in questa direzione consultando immediatamente Ciano.

Intanto Cicognani aveva inviato dagli Stati Uniti alla Santa Sede un telegramma incoraggiante. Il clero e i fedeli americani avevano promosso, tramite l'arcivescovo di New York, un appello al presidente Roosevelt che non si era dimostrato insensibile: il presidente americano aveva detto di essere personalmente contrario al bombardamento, ma che non poteva dare assicurazioni di cui il nemico avrebbe potuto valersi (8).

Nonostante queste novità Osborne rimase, sia con Maglione che con Tardini, sulle sue posizioni: "il Governo inglese continuerà a riservarsi il diritto di bombardare Roma quando le circostanze della guerra lo rendano utile" (9).La conclusione che traeva Tardini era amara: "l'allontanamento dei Comandi militari può giovare a mettere meglio in evidenza che chi bombarda Roma è un barbaro (e perciò è bene che la Santa Sede se ne sia interessata): ma non risparmia Roma dalle bombe. Del resto è intuitivo che il governo inglese non potrebbe prendere un impegno. Tutto sta a vedere se si asterrà da questo atto di violenza..." (10).

In Vaticano si sapeva, quindi, che molto difficilmente la Gran Bretagna avrebbe assunto un impegno, si riteneva tuttavia che una smilitarizzazione della città avrebbe scongiurato il pericolo poichè avrebbe reso inutile e infamante il bombardamento.

Il problema più importante era perciò quello di far trasferire anche gli uffici militari tedeschi. Della questione si occupava anche Guariglia che quasi giornalmente si recava in Vaticano e al Ministero degli esteri, sollecitando una soluzione del problema. Tuttavia le resistenze erano molto forti e provenivano, a detta dello stesso, non sempre da Mussolini, ma più spesso da autorità subalterne. L'ambasciatore escludeva poi che fosse mai stata rivolta una perentoria e formale richiesta ai tedeschi, non essendo questo "conforme né alla mentalità né ai metodi del capo del Governo" (11).

Il 12 dicembre Guariglia si recò a Palazzo Venezia da Mussolini facendogli presente che sarebbe stato opportuno che anch'egli, in qualità di "Comandante delle truppe operanti su tutti i fronti", avesse lasciato la città. Il duce sembrò pronto a reagire stizzito ma esclamò: "Ma sì, ma sì mandate pure la lettera che me ne andrò anch'io" (12). Sarebbe comunque stato impensabile trasferire le sedi del governo e dei vari ministeri. Le trattative proseguirono, ma senza gli effetti sperati: gli inglesi infatti si dimostrarono critici nei confronti dell'azione della Santa Sede, ritenendola un atteggiamento parziale a favore dello stato fascista, e pensando inoltre che il Vaticano agisse sotto la suggestione del governo italiano (13). Dall'altra parte Mussolini e le autorità italiane si erano fatti diffidenti e insofferenti, poco disposti a cedere a quelle che sembravano imposizioni del nemico. Così a gennaio i giornali italiani riferivano ancora di "udienze concesse dal duce a Palazzo Venezia" e a marzo un appunto inviato dal Comando Supremo a Mussolini descriveva così la situazione :

" 1° Comando Supremo - già da un mese è distaccato nella sede di campagna compresi tutti i suoi uffici, gli ultimi elementi si trasferiranno entro il 15 marzo.

2° Stato Maggiore Regio Esercito - un piccolo numero di ufficiali dello Stato Maggiore dell'Esercito sarà nella sede provvisoria di Brescia entro il 15 marzo, un primo gruppo di ufficiali si trasferirà al più presto nella sede definitiva; per i rimanenti ufficiali lo spostamento è in corso di studio.

3° Stato Maggiore della Regia Marina - Dal 1° febbraio sono dislocati in sede di campagna gli uffici di Supermarina, è stato ordinato di studiare il trasferimento fuori Roma di tutti i rimanenti ufficiali dello Stato Maggiore.

4° Stato Maggiore della Regia aeronautica - si trasferirà nella sede di campagna con parte degli uffici di Superaereo entro il mese di marzo. E' stato ordinato di studiare l'allontanamento da Roma anche degli uffici operativi per i quali in un primo tempo il trasferimento non era stato considerato."

Guariglia, che nelle sue memorie pubblica questo documento, al punto uno aggiungeva: "Risulta da ciò che, malgrado le assicurazioni che mi erano state fatte dare al Vaticano, il trasferimento del Comando Supremo non era ancora completo. Si era dato ordine agli ufficiali di vestire in borghese, si erano chiusi i portoni principali dei Ministeri Militari e del Comando Supremo, ma si lasciava entrare la gente dalle porte secondarie e di servizio, si erano tolte le bandierine dalle automobili, ma spesso non le targhe con l'indicazione Regio Esercito ecc. ecc." (14).

Di fatto, quindi, nonostante le varie promesse e assicurazioni fatte alla Santa Sede e nonostante le speranze del papa, che riteneva ai primi di gennaio ormai scongiurato il pericolo di un bombardamento della capitale (15), non era stato fatto tutto il possibile perché Roma diventasse una città senza obiettivi militari, tanto più che nessun passo era stato compiuto nei confronti dei comandi tedeschi dislocati in alcuni punti del centro di Roma e a Frascati. Quest'ultima località, ricca di ville e ben collegata con la capitale, sarebbe poi stata un posto particolarmente adatto ad ospitare cittadini sfollati, una volta abbandonata dai tedeschi.

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1)A.D.S.S., vol.VII, annotazioni di Tardini, 14/12/1942, d.54, p.139

2) In A.Giovannetti, Roma città aperta, in Nuova Antologia, fasc.2171, 1989, p.185

3) La capitale egiziana fu vittima di un'incursione aerea dell'Asse nel settembre 1941, fu colpito però solamente l'aeroporto situato nei sobborghi della città. Non vi furono rappresaglie da parte degli inglesi. Osborne fece però sapere a Montini che quanto era avvenuto non faceva che rafforzare la decisione britannica di riservarsi piena libertà per Roma. Idem, p.190

4) Queste parole erano state aggiunte da Pio XII a una lettera del cardinal Maglione al Delegato apostolico a Washington Cicognani; A.D.S.S., vol VII, Maglione a Cicognani, 1/12/1942, d.38, p.123.

5) Risposta del Governo americano riferita da Cicognani a Maglione in A.D.S.S., vol. VII, Cicognani a Maglione, 4/12/1942, d.44, p.127

6) Idem, Maglione a Guariglia, 4/12/1942, d.45, p.128 e R.Guariglia, op.cit., p.506

7) R.Guariglia, op. cit., pp.508-509

8) A.D.S.S., vol. VII, Cicognani a Maglione, 12/12/1942, d.50, pp. 134-135

9) Colloquio tra Tardini e Osborne del 14 dicembre in A.D.S.S., vol. VII, annotazioni di Tardini, 14/12/1942, d.54, p.138-139

10) Ibidem.

11) R.Guariglia, op. cit., p. 511

12) Idem, p. 514

13) "A protest against the bombing of Rome by the pope would indicate that His Holiness was intervening to protect the Italian State and the Fascist Government from military action..." così scriveva Osborne a Maglione il 28 dicembre riferendo il pensiero del segretario di stato Eden; A.D.S.S., vol. VII, Osborne a Maglione, 28/12/1942, d.77, p.172; Tardini preparando una nota di risposta al governo inglese definiva le accuse false e ingiuriose, aggiungendo: " nulla può ferirla (la Santa Sede) più del sentirsi dire, rinnegando la verità, distruggendo tante benemerenze, che è muta a una parte del conflitto." A.D.S.S., vol. VII, annotazioni di Tardini, 30/12/1942, d.80, pp.176-177

14) R. Guariglia, op. cit., pp. 520-521

15) Scriveva Ciano il 2 gennaio: "Pietromarchi (ministro plenipotenziario) ha avuto un lungo colloquio col Papa. Senza assumere impegni, il Santo Padre ha detto che crede ormai scongiurato il pericolo di un bombardamento di Roma. Egli ha fatto sapere a chi di ragione che la Sua reazione sarebbe energica e immediata: ha trovato più comprensione a Washington che a Londra, e ciò è spiegabile." G.Ciano, op.cit, vol.II, p.236.

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