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5. PROPOSTE PER UNA MEDIAZIONE DEL PAPA
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All'inizio del 1943 la situazione militare dell'Asse era molto grave; gli inglesi erano entrati a Tripoli il 23 gennaio, ponendo fine al dominio italiano sulla Libia; le incursioni aeree sull'Italia proseguivano e il 14 febbraio Milano veniva pesantemente bombardata. A Stalingrado la sesta armata tedesca era stata sconfitta, il feldmaresciallo Paulus si era arreso con i 91.000 soldati sopravvissuti, di cui solo 5.000 torneranno in patria. Hitler aveva reagito indignato, ritenendo non sufficiente il sacrificio compiuto sino ad allora dai soldati tedeschi. Il 24 gennaio aveva ordinato: "Proibisco la resa. La sesta armata terrà le posizioni fino all'ultimo uomo e all'ultima cartuccia, e con la sua eroica resistenza darà un indimenticabile contributo alla costituzione di un fronte di difesa e alla salvezza del mondo occidentale." Il 1°febbraio, saputo dell'inevitabile capitolazione commentò :"Si sono semplicemente arresi, mentre avrebbero dovuto stringere le file, formare un baluardo e poi uccidersi con l'ultima loro pallottola... Quell'uomo (Paulus) avrebbe dovuto uccidersi con un colpo di pistola allo stesso modo che i capi antichi si gettavano sulla punta delle loro spade, quando vedevano che la loro causa era perduta." (1) . Di questa logica autodistruttiva sembrava ormai completamente succube Mussolini, resosi conto della gravità della situazione ma impossibilitato ad assumere una posizione indipendente da quella di Hitler. A questo contribuiva anche il cattivo stato di salute del duce che già da tempo soffriva di violenti dolori allo stomaco che lo indebolivano notevolmente; la gente, esasperata, trovava in questo un motivo di scherno, il ministro Bottai annotava infatti, il 21 gennaio '43 nel suo diario: "La malinconia dell'ora si sfoga in cattive pasquinate sulla malattia di Mussolini; la prima, quando lo si riteneva spacciato: Egli è fortunato: morrà; l'altra, quando lo si sa fuori pericolo: tutto in lui è infondato, anche il cancro." (2) . Debilitato fisicamente e moralmente, il duce non sembrava più quello di un tempo. Il 26 marzo Dino Grandi andò a trovarlo per ricordargli i momenti difficili che il paese stava vivendo; lo trovò come di consueto al tavolo di lavoro nella sala del Mappamondo a palazzo Venezia: "Ha il viso pallido, quasi terreo; profondi solchi sulle guance denunciano la sua tempesta interiore. Sento una grande pena per quest'uomo di indiscutibile grandezza, di indiscusso e quasi patologico amore per la patria, ormai prigioniero del suo demone interiore. Il suo amore per l'Italia si è confuso a poco a poco, inconsapevolmente, colla sua ambizione di dittatore e coll'assurdo sogno di diventare una specie di pontefice di una ancora più assurda palingenesi europea. Tutto ciò gli ha fatto perdere il senso delle proporzioni e commettere dapprima l'errore imperdonabile di avere ucciso il fascismo trasformandolo in un cesarismo da basso impero, in seguito l'errore tragico e irrimediabile di schierarsi in guerra a fianco della Germania nazista, gettando il paese in uno spaventoso conflitto da cui l'Italia non potrà uscire se non vinta ovvero schiava del suo potente alleato. Mussolini non può fare a meno di rendersi conto che le sorti della guerra sono ormai segnate, che colla sconfitta dell'Italia è in gioco la stessa nostra unità nazionale, che l'esercito è stanco di combattere una guerra non sua, che il popolo italiano, il quale per venti anni ha idolatrato a lui abbandonandosi colla cieca fiducia di un amante, non lo segue più e già si intravedono i segni di un doloroso rancore di chi si sente tradito. E' un rancore che può scoppiare improvvisamente con conseguenze incalcolabili, coinvolgendo non soltanto le sorti di un regime, ma altresì la vita della nazione. Si renderà conto Mussolini che i regimi politici, qualunque essi siano, sono transeunti nella vita di una nazione e che il dovere di un patriota è quello di salvare la nazione, sacrificando se stessi ed altresì le sorti del regime?. ..." (3) .
Le parole di Grandi descrivono perfettamente la situazione di allora: la debolezza del duce, la gravità della guerra, la stanchezza e il malcontento popolare. "La sola speranza che resta è il Re. Soltanto il Re" scriveva ancora lo stesso giorno il presidente della Camera. In realtà anche Vittorio Emanuele III, dopo vent'anni di fascismo, non era più in grado di compiere un'azione di forza nei confronti del duce; attaccato al suo esasperato formalismo giuridico-costituzionale rispose a Grandi dicendogli: "Io sono un sovrano costituzionale. Deve essere il parlamento a indicarmi la strada."
In una situazione così travagliata il papa appariva come l'unica autorità in Italia che avesse conservato il prestigio e la forza morale per poter proporre agli alleati una pace di compromesso, o almeno iniziare un'opera di mediazione. Anche Hitler aveva compreso il ruolo che la Chiesa avrebbe potuto assumere in quel periodo; quando ad aprile invierà in Vaticano il nuovo ambasciatore von Weizsäker, gli dirà: "A Roma troverà tre uomini: il Re, il Duce e il Papa. Fra questi il più forte è decisamente l'ultimo." (4) .
Furono quindi in molti in quel periodo a cercare un colloquio con il pontefice. Tra essi il generale Ettore Bastico, Maresciallo d'Italia, comandante in capo delle truppe italiane in Africa. Il 19 febbraio 1943 questi aveva inviato in Vaticano il suo segretario, il colonnello Bertone, ufficiale dei bersaglieri, con il compito di fissargli un'udienza con Pio XII. In tale occasione il colonnello ebbe un colloquio con il Maestro di Camera del Pontefice, monsignor Arborio Mella di S. Elia, in cui sostenne l'assoluta necessità per l'Italia di sganciarsi dalla Germania, di porre fine alla guerra e di assicurare l'ordine e la pace, magari con un comando militare. Queste parole rispecchiavano evidentemente il pensiero di Bastico e di questo si parlò nel colloquio privato che egli ebbe il 22 febbraio con il papa. Tuttavia, uscito dall'udienza, il generale si rivolse al Maestro di Camera con queste parole: "Ho cercato di interessare il Santo Padre della attuale situazione d'Italia per la attuale guerra... ma il Papa si è tenuto tanto in alto, sorvolando sulla questione, e lasciandomi senza manifestarmi il suo altissimo parere" . L'idea di Bastico era molto probabilmente quella di un colpo di stato militare con l'appoggio degli Alleati e l'istituzione di un comando militare (con a capo lo stesso generale); è quindi abbastanza intuitivo che su questioni così delicate il pontefice non potesse sbilanciarsi e dare il proprio appoggio. Bastico non fu l'unico militare di alto grado ad essere ricevuto dal papa; secondo il Registro delle Udienze, da febbraio ad aprile, Pio XII ne ricevette altri otto: il generale Visconti Prasca il 19 febbraio, il generale Squillace il 7 marzo, il generale Roncaglia l'8 marzo, il generale Magli il 15 marzo, l'ammiraglio Turr il 15 marzo, il maresciallo d'Italia Caviglia il 26 aprile, Cavallero il 29 aprile, il "duca del mare" Thaon de Revel il 27 aprile, molti altri furono ricevuti da maggio a giugno (6) . E' lecito supporre che in questi incontri si parlò anche della situazione italiana e della guerra, tuttavia gli archivi non ne recano traccia anche perchè in gran parte queste erano visite di omaggio al pontefice, in cui i militari erano accompagnati dalle loro famiglie. Anche gli Stati Uniti vedevano la Santa Sede come punto di riferimento e Cicognani, il delegato apostolico a Washington, fece sapere che Taylor voleva essere informato circa l'opinione del Vaticano su un nuovo governo che avrebbe potuto sorgere in Italia; l'ambasciatore voleva sapere: l'"Opinione prevalente circa forma di nuovo governo,(...) se conservare Corona o no ,(...) chi potrebbe riuscire Primo Ministro di fiducia con cui agire al tempo della resa, lasciando poi, se occorre, che il popolo di fatto liberamente esprima in qualche modo la sua preferenza per la forma di governo."; Cicognani riferiva inoltre che da parte americana "non si pretende chiedere direttive essendo ben noto l'atteggiamento della Santa Sede, ma solamente potere conoscere in tanta confusione la realtà della situazione per il bene dell'Italia." (7) . Alla fine di febbraio il presidente Roosevelt, vista l'impossibilità di Taylor di recarsi nuovamente in Italia, decise di avvalersi come tramite con il Vaticano dell'Arcivescovo di New York, monsignor Spellman, che si recò, su sollecitazione pontificia, in quei giorni in Italia. Personaggio formalmente estraneo alla politica, Spellmann ricevette l'autorizzazione del governo italiano ad entrare nel paese e potè quindi incontrarsi con Pio XII. Non si sa con precisione di cosa si parlò durante questi incontri, è comunque probabile che il papa volesse essere informato circa la conferenza di Casablanca e circa i rapporti tra gli anglo-americani e l'Unione Sovietica, è lecito supporre che si parlò anche della possibilità di una pace separata e del futuro dell'Italia. Tuttavia l'unico documento disponibile circa l'incontro tra il pontefice e il prelato americano è una lettera che Spellman inviò a Roosevelt, in cui riferiva molto brevemente degli incontri da lui tenuti in quel periodo in Spagna e in Italia. In un passo di questa si legge: "Ho molte cose più interessanti da dirvi e sono stato davvero nell'imbarazzo se facevo bene o no a continuare il mio viaggio o se non dovevo tornare immediatamente per riferire." (8) . E' difficile indicare con precisione cosa volesse intendere Spellman, si può solo supporre che facesse riferimento a qualche accenno fattogli dal pontefice circa possibili trattative di pace o circa l'"opinione prevalente", richiesta dal governo americano, sulla nuova formula da dare al governo italiano (9) . La posizione della Santa Sede su quest'ultima questione verrà comunicata poi ufficialmente nel maggio 1943, intanto il 21 aprile Maglione aveva consigliato al delegato apostolico negli Stati Uniti di prendere tempo di fronte alle richieste americane. Tuttavia la gravità della situazione non consentiva condotte dilatorie.
Il 4 aprile arrivò a Roma Nicolas Kallay, presidente del consiglio dei ministri di Ungheria, che doveva discutere sul futuro del conflitto con Mussolini, sperando di fare uscire il suo paese, che aveva aderito al Patto Tripartito nel 1940, dalla guerra. Il primo ministro ungherese incontrò anche Pio XII. Nel corso dell'udienza il papa aveva deprecato che le potenze dell'Asse non avessero fatto nessuna proposta di pace e aveva dichiarato di essere disposto ad un'opera di mediazione, ma di non essere in condizioni di compierla finché la Germania si fosse comportata nei territori occupati con la durezza dimostrata sino ad allora (10) . Kallay riferì la conversazione a Mussolini e il duce rispose che tutto dipendeva dal suo prossimo incontro con Hitler, ma poi "si tormentò le mani, si raggomitolò più volte sul divano e aggiunse che non si sentiva fisicamente in grado di litigare col Führer" (11) . Il 10 maggio monsignor Tardini prendeva in considerazione, in una nota indirizzata al papa e al cardinale Maglione, la condotta che la Santa Sede doveva tenere. "La situazione dell'Italia è di una gravità eccezionale." scriveva Tardini " 1. sotto l'aspetto militare l'Italia ha su di sè tutto il peso delle armi anglo-americane mentre non ha nè marina nè aviazione, nè armi sufficienti per difendersi. 2. sotto l'aspetto politico il popolo è illuso da discorsi, articoli ecc. come se fosse alla vigilia della riscossa mentre l'on. Mussolini, responsabile di tutto, non si preoccupa che di rimanere al potere.(...) 3. sotto l'aspetto economico e sociale, alla penuria, allo scontento, che già hanno sviluppato germi di comunismo, si aggiungerà tra poco la fame, la desolazione, la miseria generale a causa dei continui e spietati bombardamenti che distruggeranno case e cose, scompagineranno le comunicazioni e renderanno quasi impossibili i rifornimenti, seminando ovunque morte e rovine.
Di fronte a questo triste spettacolo c'è da domandarsi se non sia consigliabile un intervento della Santa Sede." L'intervento tuttavia, secondo Tardini, poneva dei problemi. La Santa Sede doveva infatti mantenere la sua politica di neutralità senza compromettersi né con i tedeschi né con il governo italiano; d'altra parte il Vaticano non poteva disinteressarsi alle sorti dell'Italia, anche il popolo, in quei momenti, guardava con grande fiducia alla Santa Sede. Era quindi necessario: "di fronte alla riconosciuta... incoscienza di Mussolini, (...) poter dimostrare domani che la Santa Sede ha veduto giusto e ha fatto il possibile in favore dell'Italia.". Rimaneva dunque il problema di come operare: "l'intervento della Santa Sede dovrebbe esser fatto in modo di non compromettere: nè la neutralità della Santa Sede stessa, nè la sua dignità e il suo prestigio di fronte al popolo tedesco e al popolo italiano. Tale intervento sembrerebbe perciò doversi ispirare ai seguenti criteri: 1. essere segreto, non pubblico (...) 2. essere pastorale e paterno, cioè esprimere le ansie, le preoccupazioni del Pastore supremo per il suo popolo prediletto; richiamare l'attenzione di chi di dovere sopra i mali incombenti; ricordare, in breve quanto il S. Padre ha fatto per risparmiare la guerra all'Italia.". Tardini suggeriva anche la forma dell'intervento proponendo o una lettera personale del papa a Mussolini oppure un appunto, quasi una comunicazione verbale che doveva essere riferita al duce attraverso il conte Ciano (12) .
Queste proposte vennero accolte da Pio XII che scelse la forma della comunicazione verbale. Questa venne letta il 12 maggio dal cardinale Maglione a Ciano. "L'Augusto Pontefice ," diceva il messaggio " Padre di tutti i fedeli,- Che si è sempre adoperato per risparmiare alle inermi popolazioni civili di tutti i paesi gli orrori della guerra-, partecipa con profonda amarezza ai tanti e durissimi patimenti che il conflitto ha causato e causa ai Suoi diletti Figli D'Italia.
Ma preoccupazioni anche più gravi suscita nel Suo Cuore paterno il pensiero dell'avvenire, che minaccia al buon popolo italiano sempre maggiori lutti e rovine.
Di fronte a così tristi previsioni, il Santo Padre, -per divino volere Vescovo di Roma e per vetusta disciplina canonica Primate d'Italia- vuole ancora una volta dichiarare all'on. Mussolini che Egli, come sempre, è disposto a fare il possibile per venire in aiuto al popolo che soffre" (13) . Il papa non era solito fare comunicazioni personali di questo tipo, quindi, nonostante le molte precauzioni usate nella forma e nel contenuto della comunicazione, il messaggio era abbastanza chiaro. Anche Ciano, dopo un momento di perplessità ne convenne, giudicandola opportunissima e delicata, tuttavia non si faceva illusioni e riferì le sue impressioni al segretario di Stato : "Mussolini non è in uno stato d'animo da comprendere la necessità, non spiegata ma sottintesa nella dichiarazione (...) di pensare -e senza dilazioni- a trarre il paese dalla disastrosa situazione, in cui si è messo. (...) E il Re non si muove: il principe di Piemonte è preoccupato, ma non crede di poter parlare e meno ancora di agire per rispetto e per disciplina verso il Padre. (...) Bisognerebbe trattare, ma Mussolini non vuole e gli Alleati non tratteranno mai con lui." (14).
La risposta del duce non si fece attendere. Fu comunicata da Ciano a Maglione il 13 maggio; in poche frasi il duce ringraziava il papa, ricordava i tentativi da lui compiuti nel 1939 per evitare il conflitto e, mostrandosi consapevole della gravità del momento, concludeva con queste parole: "Il Duce ringrazia il Papa degli intendimenti dimostrati, ma allo stato degli atti non vi sono alternative e quindi l'Italia continuerà a combattere" (15) . Ciano riferì inoltre in via del tutto confidenziale al segretario di Stato alcune notizie: Mussolini non aveva affatto gradito il passo della Santa Sede e aveva dichiarato che si sarebbe combattuto sino all'ultimo italiano (Maglione commentò con amara ironia : "evidentemente si combatterà a... favore degli ottentotti!"); l'ambasciatore presso il Vaticano disse inoltre che lo stesso generale Ambrosio, Capo dello Stato Maggiore Generale, aveva dichiarato che la situazione era disperata e diede altre informazioni allarmanti sullo sviluppo della guerra (16) .
Il papa, nella sua comunicazione, non aveva offerto nessuna garanzia, nè avrebbe potuto offrirle, tuttavia Mussolini non si dimostrava disponibile neanche a una mediazione del pontefice, anzi continuava ad ostentare un'improbabile sicurezza, tanto che il 5 maggio aveva convocato, in occasione dell'anniversario dell'entrata delle truppe italiane ad Addis Abeba ("la conclusione trionfale di una campagna durante la quale avevamo sfidato il mondo e aperto nuove vie alla civiltà"), la sua ultima adunata oceanica in piazza Venezia. Arringando la folla il duce aveva detto: " Io so, io sento che milioni e milioni di Italiani soffrono di un indefinibile male che si chiama male d'Africa. Per guarire non c'è che un mezzo: tornare. E torneremo" (17).
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1) William L.Shirer, Storia del Terzo Reich, Einaudi, Torino, 1970, pp.1005 sgg.
2) G.Bottai, Diario 1935-1944, Rizzoli, Milano, 1982, p.354
3) D.Grandi, Il mio paese, ricordi autobiografici, il Mulino, Bologna, 1985, pp.618-619
4) G.Spadolini, Roma città aperta la tesi tedesca dalle memorie di Ernst von Weizsäcker, in Nuova Antologia, fasc.2168, 1988, p.177
5) A.D.S.S., vol.VII, annotazioni di Arborio Mella di S.Elia, 24/2/1943, d.125, pp.240-241
6) Idem, vol.VII, introduzione, pp.31-32
7) Idem, vol.VII, rapporto di Cicognani a Maglione, 10/2/1943, d.110, p.222
8) E.Di Nolfo, Vaticano e Stati Uniti 1939-1952, cit., p.243
9) Cfr. Idem, pp. 56-57, e R.De Felice, Mussolini l'alleato, cit., p. 790
La visita di Spellman in Vaticano diede adito a diverse interpretazioni: Gaetano Salvemini in un saggio intitolato What to do with Italy, pubblicato nell'estate del 1943, contestava la collusione tra Stati Uniti e Vaticano, che egli vedeva in quest'ultimo scambio di contatti, come nelle precedenti missioni di Myron Taylor; vedi E.Di Nolfo, Vaticano e Stati Uniti 1939-1952, cit., p.56
Pietromarchi, ministro plenipotenziario italiano, annotava sul suo diario il 28 febbraio :"I tedeschi temono sempre la possibilità di una pace separata da parte dell'Italia. Essi non sanno mai se la S.Sede non si presti a far da tramite. Ora il rinvio di personalità fasciste impegnate nella politica dell'Asse, la loro sostituzione con persone, tranne Cini (conte, industriale e senatore dal 1934), quasi sconosciute, la presenza di Bastianini, ex ambasciatore a Londra, al ministero degli Esteri, la destinazione di Ciano alla S.Sede, la lunga, misteriosa permanenza di Mons. Spellman erano tutti motivi di dubbi. ..."; vedi R.De Felice, Mussolini l'alleato, cit., p. 1050
10) In F.W.Deakin, op. cit., p.394, che cita un documento della collezione tedesca: Rapporto Schmidt, 20 aprile 1943
11) N.Kallay,2 Memoirs, pp.144 sg., citato in: F.W.Deakin, op. cit., p.349
12) A.D.S.S., vol.VII, annotazioni di Tardini, 10/5/1943, d.181, pp.318 sgg.
13) Idem, annotazioni di Maglione, 12/5/1943, d.186, pp.331-332
14) Idem, Pio XII a Mussolini, 12/5/1943, d.185, pp.330-331
15) Idem, annotazioni di Maglione, 13/5/1943, d.189 p.334
16) Idem, annotazioni di Maglione, 13/5/1943, d.190 p.335
17) Ultimo discorso dal balcone di Palazzo Venezia, 5 maggio 1943, in B.Mussolini, Opera Omnia, vol.XXXI, cit., p.178; cfr. NUOVA ANTOLOGIA, fasc. 1708, 1943, p.121