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INTRODUZIONE

La seconda guerra mondiale scoppiò solamente dopo sei mesi di pontificato di Pio XII. Di fronte al conflitto il pontefice decise di mantenere quella che era stata la linea di condotta che Benedetto XV aveva tenuto durante la prima guerra mondiale e che aveva suscitato vasti consensi una volta ritornata la pace. Si trattava di una politica fondata sul mantenimento di una posizione di imparzialità, che doveva consentire libertà e autonomia di proporre giudizi e suggerimenti a vantaggio della pace. La seconda guerra mondiale fu però completamente diversa da quella che l'aveva preceduta. Il conflitto del 1914-1918 era stato uno scontro tra nazioni, una guerra soprattutto di eserciti, la seconda guerra mondiale accentuò invece le caratteristiche di scontro totale, coinvolgendo profondamente le ideologie, investendo senza pietà le popolazioni civili, facendo delle atrocità uno strumento di dominio e del terrore una tecnica di combattimento.

Il ruolo della Chiesa diventava così incredibilmente complicato: ogni parte del conflitto avrebbe voluto l'appoggio del papa perché ognuno, a suo modo, stava combattendo una "crociata". Roosevelt scrisse all'entrata in guerra degli Stati Uniti: "Noi vinceremo questa guerra e nella vittoria cercheremo non la vendetta ma la ricostruzione di un ordine internazionale in cui lo spirito di Cristo regolerà il cuore degli uomini e delle nazioni" e ribadirà i concetti in una lettera inviata direttamente a Pio XII il 31 dicembre 1942: "Noi ora affrontiamo il nuovo anno con il compito di difendere e di adempiere gli obblighi che la civiltà ci ha imposto, per schiacciare coloro che si rifiutano di onorare i principi base della vita cristiana.".

Allo stesso modo le potenze dell'Asse avevano preteso che il papa appoggiasse la loro "crociata" contro la Russia, la patria del comunismo, che Pio XI aveva definito "intrinsecamente perverso". All'ambasciatore italiano presso la Santa Sede, Attolico, che chiedeva una dichiarazione di approvazione del pontefice nei confronti della campagna di Russia, monsignor Domenico Tardini rispose: "A quanto è stato detto nulla c'è da aggiungere o da togliere. Il parlare, ora, potrebbe aver facilmente carattere politico, mentre la S. Sede ha parlato chiaro 'tempore non suspecto'. Che ora debba spiegare la sua attitudine chi ha fatto, in passato, patti di amicizia con la Russia è chiaro: chi fino a ieri ha dichiarato che l'alleanza con la Russia era garanzia di pace all'Est ed oggi fa... la crociata, è evidente che debba spiegare il. suo mutamento di attitudine. Ma la S. Sede, no. Nulla ha cambiato. (...) Il nazismo ha fatto e sta facendo una vera e propria persecuzione della Chiesa. Quindi la croce uncinata non è precisamente quella delle crociate.".

La Santa Sede non si scosterà quindi dalla sua condotta, attirandosi, alla fine della guerra le critiche di coloro che avrebbero voluto una Chiesa militante. Lo scrittore francese Albert Camus scrisse nei suoi taccuini nel dicembre del 1944: "Diciamolo con chiarezza, noi avremmo voluto che il Papa avesse preso posizione proprio in questi anni di vergogna e avesse denunciato quello che doveva denunciare. Perchè la Chiesa non doveva preoccuparsi allora di durare e di conservarsi. Anche in catene non avrebbe cessato di esistere".

A queste parole sembrano rispondere quelle che il cardinal segretario di Stato Pietro Gasparri aveva detto a un diplomatico francese, durante la Grande Guerra: "Questo secolo ha l'aria di esigere dal papato di oggi precisamente ciò che rimproverava al papato di ieri. Vorrebbe, così sembrerebbe, che il pontefice attuale si buttasse nel mezzo dei popoli in armi, lampi alla mano, non risparmiando nessuno. Questa potrebbe essere una buona idea ma noi siamo più moderni, e sappiamo quello che ci aspetta in seguito. Ciò ci comporterebbe di non essere più in pace con nessuno, quando tutto il mondo sarà riconciliato. Poichè decisamente, per andare fino in fondo al sistema, dovremmo condannare a turno, con gran chiasso, tutti i popoli, tutte le classi sociali, e tutte le categorie di peccatori".

Pio XII rimase pertanto nella sua posizione di equidistanza e imparzialità, chiudendosi, laddove la situazione non consentiva alternative, in un rigoroso "silenzio" di fronte alla pubblica opinione. In un radiomessaggio del 13 maggio 1942 il papa aveva detto: "Ben sappiamo come, nello stato delle cose d'oggi, non avrebbe fondata probabilità di buon successo il formulare particolareggiati propositi per una pace giusta ed equa. Anzi, ogni volta che si pronunzia una parola di pace, si rischia di offendere l'una o l'altra parte; infatti, mentre gli uni fanno fondamento sui risultati ottenuti, gli altri ripongono la loro speranza sui futuri combattimenti".

In realtà il Vaticano tentava, nei limiti del possibile, di agire attraverso la diplomazia, il dialogo e l'assistenza, mantenendo l'impegno a non allinearsi con alcuno.

Il lavoro diplomatico della Santa Sede è stato a lungo sconosciuto fino alla pubblicazione della documentazione vaticana contenuta negli Actes et documents du Saint Siège relatifs à la seconde guerre mondiale.

Dell'attività diplomatica vaticana particolarmente interessante è quella svolta a favore dell'Italia, nel periodo che va dall'inverno 1942-1943 fino all'armistizio dell'8 settembre 1943. In quel periodo il fascismo perse ogni tipo di credibilità di fronte al paese e la guerra andò delineandosi sempre di più come una disfatta.

Legata all'Italia da legami storici, geografici e politici, la Santa Sede sembrò diventare in quel periodo l'unica istituzione in grado di agire realmente a difesa dell'Italia e del suo popolo e l'unica voce italiana che gli Alleati sembravano disposti ad ascoltare.

Himmler, recatosi in visita da Mussolini, nell'ottobre 1942, riferiva quello che il duce gli aveva detto circa i rapporti tra lui e Pio XII: "Il Papa non pone difficoltà troppo gravi e, dopo tutto, in fondo al cuore è un italiano". Il sentimento di attaccamento all'Italia da parte del papa in questi mesi si manifestò, ma non nel modo in cui pensava Mussolini.

Nel settembre del 1942 si recò in Vaticano Myron Taylor con il titolo di rappresentante personale del presidente Roosevelt presso il pontefice. Le proposte che questi fece al papa sulla possibilità di un suo incontro con Ciano e con Mussolini e sulla necessità di staccare l'Italia dalla Germania non furono prese in considerazione. In quel periodo infatti le truppe dell'Asse erano ancora attestate davanti ad El Alamein e in Russia erano ancora all'offensiva. Era assolutamente impensabile che con una situazione di questo tipo si potesse sperare di intraprendere trattative con il governo fascista. In pochi mesi la situazione era destinata a cambiare totalmente. Con l'inizio del nuovo anno si capì che la sconfitta era inevitabile. In questo periodo si manifestò in modo chiaro il legame che la Santa Sede aveva nei confronti dell'Italia. Il Vaticano cercò sempre di agire sui due fronti affinchè, da una parte, ci si rendesse conto della gravità del conflitto e dall'altra si limitasse ogni spirito vendicativo e non ci si irrigidisse sul principio della necessità di ottenere la "resa incondizionata". Il Vaticano si renderà più volte disponibile a una soluzione mediata, ma da parte italiana non giunse mai una richiesta ufficiale. E, in verità, i contatti ufficiali tra Italia e Santa Sede furono pochi, si tentò di operare soprattutto all'insaputa di Mussolini, data la sua riluttanza a conferire un ruolo politico alla Chiesa.

Dopo il 25 luglio il mutamento della situazione politica creò nuovi pericoli e nuovi problemi e la Santa Sede tentò soprattutto di far conoscere agli Alleati la vera situazione italiana che si nascondeva dietro il proclama badogliano "la guerra continua".

L'apprensione per l'Italia era dettata anche dal timore che il prolungarsi della guerra con la sua violenza distruttiva, facesse emergere, una volta concluso il conflitto, un paese politicamente ed economicamente sconvolto in cui avrebbero avuto facile seguito i movimenti estremisti, soprattutto di stampo comunista.

Di tutta l'attività svolta dalla Santa Sede particolarmente rilevante fu quella diretta a proteggere la città di Roma dalla violenza dei bombardamenti e, successivamente, a far riconoscere a tutti i belligeranti lo status di "città aperta". Il Vaticano, inevitabilmente legato alle sorti della Città Eterna, si trovò in qualche modo obbligato a difendere Roma, nella convinzione che si trattasse di un impegno a favore della cristianità e della civiltà in genere.

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